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Solitudo

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da un’idea di Fabio Castello
liberamente tratto da “Ogni cosa alla sua stagione” di Enzo Bianchi
training e cura dei movimenti scenici Doriana Crema
di e con Fabio Castello, Doriana Crema, Raffaella Tomellini
scene Lucia Giorgio
fonica Paolo De Santis
luci Massimo Violato
musiche Roberto Regis, Aldo Mella, Johann Sebastian Bach
con il benestare del Monastero di Bose
con la collaborazione LIVE Piemonte dal Vivo, Il Mutamento Zona Castalia, Morenica Cantiere Canavesano, Torino Spiritualità,Viartisti Teatrimpegnocivile
produzione Le Sillabe

THEATRE - Promo Solitudo from ActingOUT creative studio on Vimeo.

 

Descrizione

Il cammino di Solitudo è nato dal desiderio di approfondire lo studio di alcuni aspetti della natura umana nei confronti della spiritualità, intendendo per spiritualità quella ricerca che a partire dall’interiorità dell’essere si rivolge all’assoluto.

Abbiamo iniziato il nostro percorso, partendo dalle parole del testo “Ogni cosa alla sua stagione” di Enzo Bianchi, priore della comunità di Bose. A partire dalla lettura, la nostra attenzione si è rivolta direttamente a quella figura, che più di altre potesse rappresentare l’esperienza di una vita spirituale: il monaco.

Abbiamo deciso quindi di continuare il viaggio incontrando direttamente nello spazio della comunità di Bose, la quotidianità dei monaci e delle monache che la abitano. Abbiamo vissuto una settimana nella semplicità dell’accoglienza, nella semplicità degli spazi, la cella, il refettorio, la chiesa, i prati intorno e nell’ascolto di quel silenzio profondo che porta in la parola spiritualità.

Questo vissuto ha aperto nuove riflessioni e nutrito il lavoro di ricerca svolto a seguire, in sala prove, a partire dalla memoria di azioni osservate e agite come: stare, attendere, accogliere, ascoltare, guardare, piangere, sorridere, lasciare andare. Ci siamo a lungo interrogati sullo spazio della cella e abbiamo riconosciuto questo luogo come immagine simbolo del nostro spazio interiore, spazio di raccoglimento dove è possibile l’incontro con se stessi, dove devo entrare per essere poi, portatore di Luce. “La cella contiene la solitudine, armonia e sofferenza: “exultabit solitudo”.

Quando occupo la cella interiore verifico il mio essere al centro, un puntino dove intorno si espande uno spazio nel quale, un attimo sono nudo, smarrito e pauroso, un altro sono stupefatto, arreso, da questa condizione possiamo scorgere un movimento che lascia emergere tesori tenuti nascosti per troppo lungo tempo. Io soltanto posso vivere nella mia cella, e posso rinnovare ogni giorno la fede.

Quando sono nella cella posso assaporare il mondo. Dalla cella al mondo. Il mondo ci offre lo specchio nel quale riflette la nostra immagine, possiamo scorgere la nostra bellezza, il nostro valore, a noi di accoglierlo e offrirlo al mondo stesso, perché quando manifestiamo il nostro talento diventiamo esempio per gli altri, la scelta radicale da noi fatta diventa un modello per chi ci sta intorno.

Per tenere il talento vivo, occorre il fuoco interiore, il fuoco interiore va mantenuto acceso senza aspettative. Tutto questo ha bisogno di un apprendistato, occorre studio, rigore e discernimento.

Un altro elemento di osservazione per noi è stata la tavola, stare a tavola è un linguaggio universale, la tavola è il luogo del nutrimento della condivisione con gli altri, è un luogo che apre lo spazio dall’io al noi, la tavola è anche nel caso del monastero , un luogo del silenzio. “Solitudo” mette l’accento sulla responsabilità dell’individuo nei confronti della propria cella interiore, sulla responsabilità della scelta dei propri orientamenti e delle scelte dei propri progetti di vita e ancora sull’atto di volontà da agire di fronte ad ostacoli e a tentazioni.

Come stare in contatto amorevole con il proprio cuore e rivolgere la gratitudine più ampia verso la Vita Una, colei che ci ha generato? Il lavoro non è sempre stato facile ma la scelta fatta è stata quella di affidarci, ci siamo allenati all’attesa, lasciando che le cose potessero emergere da uno spazio profondo di ascolto, la fiducia anche nell’impossibile ci ha permesso ad esempio di scoprire come far stare in piedi delle piccole assicelle di legno, nostri elementi di scena, anche se appoggiate ad un sostegno precario.

Nel nostro percorso riconosciamo la necessità di una spogliazione, come per l’autunno: abbandonare, donare per essere pronti, per ricominciare, affidandosi alla vita. Dobbiamo avere fede nel progetto. Mantenere la fede come la pianta che si spoglia delle sue foglie, le lascia andare...

I frutti raccolti nella scrittura drammaturgica testimoniano questo percorso. Attraverso “Solitudo” sperimentiamo la possibilità di vincere una scommessa: portare Luce nella cella interiore, incontrare le insidie che si nascondono negli anfratti più remoti, illuminarle e trasformarle in tesori. Ci piacerebbe essere portatori di una testimonianza che legge nell’uomo la sua possibilità rinascere ogni giorno.

Il titolo “Solitudo”, per noi ben sintetizza lo stato dell’arte del nostro progetto e insieme lo traghetta verso nuove forme, essendo materia che ha urgenza di essere plasmata. Un titolo va cercato, anelato, è la sintesi per antonomasia ed è destinato a mutare o a trovare sempre maggiore aderenza, mano a mano che la materia creativa si approfondisce.

“Quest’anno ho piantato un viale di tigli, li ho piantati per rendere più bella la terra che lascerò, li ho piantati perché altri si sentano inebriati dal loro profumo, come lo sono stato io da quello degli alberi piantati da chi mi ha preceduto.” Enzo Bianchi.

Noi vogliamo provarci. Fabio, Doriana, Raffaella